Και μάλλον Έλληνες καλείσθαι...

"Και μάλλον Έλληνες καλείσθαι τους της παιδεύσεως της ημετέρας ή τους της κοινής φύσεως μετέχοντας" ΙΣΟΚΡΑΤΗΣ

(“Siano chiamati Elleni gli uomini che partecipano della nostra tradizione culturale più di quelli che condividono l'origine comune” ISOCRATE)

7 luglio 2017

«Dolcetta e Fiorentino» una favola tradizionale cretese... rivisitata


DOLCETTA E FIORENTINO

Di Pavlina Pampoudi traduzione di Viviana Sebastio





C’era una volta, tanto e tanto tempo fa, un celebre Re di nome Fiorentino 0°, che viveva nel Regno di Romantìa.
A quel tempo, il mondo era appena nato. Le sue montagne sembravano solo dei brufoli giganteschi, i boschi apparivano intricati e colmi di misteri, spiritelli e favole. Il mare, ancora molto piccolo, cercava di diventare sempre più profondo per contenere tutte quelle divinità (in seguito divenute foche, elefanti marini, polipi, ricci di mare e altro ancora) che gremivano le sue acque, provocando onde altissime piene di burle e di bisticci.
Il Re Fiorentino era bello come un angelo e, sebbene non avesse ancora compiuto i sedici anni, nessuno lo superava in saggezza e intelligenza.
Il suo regno era governato con giustizia e non aveva mura di cinta né armi. In quel luogo, il vento, il sole e la pioggia non litigavano mai, ma giocavano tra di loro. Gli alberi cinguettavano, belavano, abbaiavano, miagolavano, muggivano e ragliavano, mentre gli animali parlavano inglese e francese. Le strade, poi, non erano lastricate di pietre, bensì di pagnotte (abbrustolite, ma non troppo).


Ma ahinoi, il destino malevolo si ingelosì del buon Re.
In un luogo molto lontano da Romantìa, nel paese di Efurìa, regnava il terribile Re Aikemàl. Costui possedeva ricchezze immense: ori, pietre preziose, lunghi fili di komboloi [1], migliaia di pantofole e persino, grandi mandrie di cammelli, scarafaggi ed elefanti. Aikemàl viveva con sua moglie, la crudele strega Marabù, e con la loro bellissima figlia, la giovane strega Dolcetta.
Nonostante fosse ricco, anzi, ricchissimo, il Re Aikemàl era sempre fuori di sé, perché era stato colpito da una strana malattia che gli faceva spuntare bolle in testa e parolacce in bocca, il tutto accompagnato da insistenti pruriti sotto i piedi. Ben due dozzine di medici sapienti, provenienti da ogni capo del mondo, erano giunti al palazzo reale per guarirlo, ma né con farmaci né con intingoli, erano riusciti nell’impresa. Il sovrano, in delirio per le bolle in testa, le parolacce che uscivano dalla bocca e il prurito sotto i piedi, ordinò una punizione esemplare per tutti quei dottori: il taglio del naso e, qualora questo non fosse stato abbastanza grosso, anche il taglio delle orecchie.




Il tempo passava. La strega Marabù impietosita dalle sofferenze del marito, decise di agire: raccolse di nascosto quaranta gocce del sudore del Re, tante quanti erano i suoi anni di vita, le versò in una tazza d’argento e le espose per un’intera notte alla luce delle stelle, perché puzzavano e perché si dovevano «stellarizzare». Al sorgere del sole, le quaranta gocce si erano ridotte a sedici, tante quanti erano gli anni di Fiorentino, e avevano preso un buon profumo di garofano e cannella. La strega Marabù le contò e, dopo aver consultato il Libro dei Comportamenti Abominevoli che teneva sempre sotto il suo cuscino, si recò dal malato: «Marito mio, Re di Efurìa, c'è solo un modo per farti guarire: devi far rapire il celebre e saggio re, che ha ancora il volto di un fanciullo e la voce di un angelo. Il suo nome è Fiorentino, ha sedici anni e vive nell'isola di Romantìa. Devi farlo portare qui; io, per un’intera luna, lo nutrirò con zucchero, miele e lukumi [2], poi lo ucciderò. Col suo dolce sangue riempirò una vasca, nella quale farai tre immersioni e tre gargarismi. Infine, ti laverai, ti sciacquerai e, finalmente, sarai guarito».
Aikemàl guardò la moglie con sospetto. Era come sempre fuori di sé per le fastidiose bolle sulla testa e tramortito dalle risate provocate dal prurito sotto i piedi. Il solito fiume di parolacce riprese a sgorgare dalla sua bocca regale: «Moglie mia BIP! Regina di Efurìa BIP! Che ti prenda un BIP! Se non guarirò, BIP ti colga! Sappi che non ti taglierò via il naso, ma taglierò te via dal tuo naso! BIP! BIP! BIP!»
Detto questo, il crudele Re fece armare una spaventosa nave pirata e, issato il suo vessillo nero, uscì in mare aperto.
Per ben tre settimane, Aikemàl e i suoi gaglioffi lottarono contro le onde. Alla quarta settimana, attraccarono all'isola di Romantìa. Il Re e i suoi furfanti assaltarono e distrussero senza scrupoli, quel regno privo di mura e di armi e, infine, rapirono il giovane Re.
Da quel momento, terribili disgrazie iniziarono a susseguirsi nell’isola: gli animali persero la parola, gli alberi smisero di cinguettare, belare, abbaiare, miagolare, muggire e ragliare, i venti presero a infuriarsi, mentre il sole e la luna comparvero in cielo all’unisono. E ancora: la pioggia, la neve e la grandine iniziarono a litigare tra loro, sbriciolando le strade fatte di pagnotte.
Quando l’inquietante nave pirata tornò a Efurìa, la strega Marabù prese in consegna Fiorentino e lo rinchiuse in una buia prigione. La bellezza del nobile Re illuminò quella misera cella. Chiunque quel giorno riuscì a vederlo, rimase abbagliato dal suo splendore. Di nascosto, da dietro le sbarre, lo vide anche la giovane Dolcetta.
Ancora ignara dell'amore, la principessina nel vederlo, provò una forte fitta al cuore e tra sospiri e languori, si ammalò. La sua vecchia tata, Fortuna, la curò amorevolmente con bagni freddi, frizioni d’alcol, cataplasmi, tisane calde a base di erbe aromatiche e spezie… anche l'Uomo Nero, il suo tato, si allarmò e chiese alla giovane donna: «Cos’è che ti sta facendo appassire mio delicato fiore d’oriente?»
«Oh tato mio, non faccio altro che pensare a quel giovane re, quel povero sventurato che mia madre ha rinchiuso in prigione e che ucciderà presto di sicuro. Ti supplico, trova le chiavi della cella e dàlle a me... » rispose Dolcetta.
«E cosa vuoi farci con le chiavi?»
«Libererò il giovane Re, per renderlo schiavo del mio amore e se non ci riuscirò, morirò con lui».



Il tato, l'Uomo Nero, impietosito da quella supplica, rubò le chiavi alla strega Marabù. Insieme a quelle, rubò anche tutti i suoi arnesi magici e li donò a Dolcetta: un’antenna di lumaca, un talismano contenente il respiro di un dio, un dente di drago, un pettine con qualche capello di prete, un uovo di tartaruga piumata e un piccolo specchio.
«Prendi, mio delicato fiore d’oriente. Prendi queste chiavi, libera il giovane Re e rendilo schiavo del tuo amore. La magia ti aiuterà a bloccare la strada a quanti vi inseguiranno».
Dolcetta, commossa, abbracciò e baciò il suo tato. Prese le chiavi, le nascose in una tasca e si soffermò a guardare quegli arnesi magici.
«Ma io non conosco l'arte della magia!» esclamò. «Non so affatto come usare questi arnesi.»
«Sei una giovane strega, degna figlia di tua madre», rispose l'Uomo Nero. «Vedrai che al momento giusto saprai cosa fare».
Il tato le fece altri doni: un occhio verde di sirena, che permetteva di vedere nell’oscurità della notte, un sacchetto pieno di biscotti che non si esaurivano mai e un grappolo d'uva composto da diciotto acini che restavano sempre diciotto.
«Vai ora... tu e il tuo amato avete una lunga strada davanti a voi e buona fortuna!» esclamò l’Uomo Nero, baciandole le piccole mani.
Dolcetta lo salutò e corse via ad aprire la cella in cui era rinchiuso Fiorentino. Il giovane Re rimase sbalordito nel vedere la bella principessa e, con voce tremante, le chiese: «Sei per caso un angelo sceso dal cielo a prendere la mia anima?».
«È il tuo cuore che voglio», sussurrò la fanciulla. «Non sono un angelo e neanche un diavolo, sono Dolcetta, colei che ti ama».
La principessa lo strinse a sé e con le sue lacrime gli lavò il volto, che asciugò a suon di baci. Con dolci carezze gli pettinò i capelli e gli lisciò gli abiti sgualciti. Infine, tenendogli la mano, lo condusse fuori dalla prigione. I due innamorati iniziarono a correre nel buio della notte, illuminando la loro strada con l'occhio verde di sirena.
La strega Marabù, appena seppe della fuga, avvertì il Re Aikemàl, che prontamente fece partire all’inseguimento dei due amanti un intero esercito provvisto di torce, cavalli, elefanti e cani.
Accortasi del pericolo imminente, Dolcetta estrasse dalla bisaccia l’antenna di lumaca e la gettò a terra: all’istante, un getto d'acqua lucente iniziò a sgorgare così potente da arrivare fino al cielo e da inondare i campi circostanti. Le torce si spensero, i cavalli si imbizzarrirono, gli elefanti inzuppati presero a starnutire e i cani bagnati persero del tutto le tracce dei due giovani fuggiaschi.
Ormai un’immensa distesa d’acqua argentea separava l’esercito dai due amanti.
Fiorentino e Dolcetta proseguirono il loro cammino fino alle prime luci dell’alba finché, sfiniti dalla fuga, si rifugiarono in una grotta, dove dormirono fino a sera, l'una nelle braccia dell'altro. Quando scese di nuovo la completa oscurità, i due giovani si svegliarono per riprendere il loro viaggio verso Nord, ma prima di partire si sfamarono con alcuni dei biscotti e dei diciotto acini d’uva che non si esaurivano mai.
All’alba del giorno successivo, gli inseguitori avevano quasi raggiunto, ancora una volta, i due innamorati. Allora, Dolcetta decise di liberare nell'aria il respiro di dio racchiuso nell'amuleto e, come per magia, un turbine d'aria fiammeggiante si scatenò, sparpagliando verso i quattro punti cardinali l’intero esercito e i suoi cani, cavalli, cavalieri ed elefanti.
Quel giorno, Fiorentino e Dolcetta dormirono nell'incavo di una quercia millenaria, stretti in un tenero abbraccio. Si risvegliarono al nuovo calare della notte e, dopo aver mangiato uva e biscotti, ripresero il loro cammino. Dolcetta, di tanto in tanto, si fermava lungo il tragitto, per gettare prudentemente dietro di sé un dente di drago e un capello di prete. Come per magia, il dente si radicava subito nel terreno, cresceva e diventava una montagna alta e scoscesa; il capello, invece, germogliando in un baleno, si trasformava in una foresta impenetrabile.
All’alba del terzo giorno, la pianura era attraversata da una lunga catena montuosa, circondata da boschi fitti e intricati. Ormai, tra la giovane coppia e il regno di Aikemàl correva una distanza infinita.
Al calare della terza notte di fuga, davanti ai due amanti apparve il mare. Dolcetta si sedette sulla riva e iniziò a intonare le note di una canzone magica, che lei stessa non sapeva di conoscere:

Dalle profondità più fonde
Dalla profonda conchiglia
salirà un veliero

E sulla schiuma del mare
Veleggerà sulla sua rotta
più fulmineo del pensiero

Buon vento nelle vele
Come nel sogno più bello
presto saremo salvi nel tuo castello

Prima che la canzone terminasse, dalla schiuma salmastra affiorò un veliero fatto della stessa materia del mare. Le sue vele erano nuvole, i suoi alberi raggi di luna, mentre sulla prua, un giovane Zefiro suonava placido.
Fiorentino e Dolcetta salirono sul veliero verde acqua e, sfiorando la bianca spuma, si diressero verso Romantìa.
«Fiorentino mio, mio leone», disse Dolcetta accoccolata nell'abbraccio del suo amato, «tra poche ore, sarai di nuovo nella tua amata patria... »
«Sì, mia cara» rispose stringendola a sé, felice.
«Fiorentino caro», proseguì Dolcetta, «ascolta con attenzione ciò che ti dico: quando arriverai al tuo castello, non lasciare che tua madre la Regina ti baci, perché se lo farai, ti dimenticherai per sempre di me.»
«Io dimenticarmi di te, mia amatissima? Mai! Neanche se mi baciasse l’Angelo della Morte!» esclamò Fiorentino.
Dolcetta pensierosa scosse la testa e tacque.



Qualche ora dopo, il veliero incantato approdò sulle rive segrete di una spiaggia di Romantìa e, dopo aver lasciato scendere i due giovani amanti, tornò a inabissarsi nelle profondità del mare.
Fiorentino baciò teneramente Dolcetta e mormorò: «Luce dei miei occhi, aspettami qui, in questa grotta. Domani, con mia madre e la mia corte, tornerò a prenderti e, con tutti gli onori che meriti, ti condurrò al mio castello dove diventerai la mia regina».
Dolcetta accennò un sorriso ed entrò nella grotta.

Scese la notte e poi giunse il giorno, seguì un’altra notte e ancora un nuovo giorno; arrivò l'estate, poi l'autunno e il tempo passò.
Fiorentino era stato baciato da sua madre e come Dolcetta aveva predetto, si era dimenticato per sempre della sua amata.
Intanto, il grappolo d'uva e i biscotti che non si esaurivano mai erano terminati.
Quando la luna fu piena per la ventiduesima volta, Dolcetta uscì dalla grotta, salì su una roccia e, sussurrando nel vento alcune parole magiche, ruppe l'uovo di tartaruga piumata.
Di colpo, lo sperone di roccia fu avvolto da una fitta nebbia, che al sorgere del sole si dissipò, svelando un elegante palazzo circondato da giardini lussureggianti. Le alghe erano state tramutate in alberi altissimi, i pesci cinguettavano allegri sui rami e granchi e farfalle, trasformati in servitori e giardinieri, correvano qua e là sui prati.
Ben presto, al castello si apprese di una giovane strega sconosciuta, che aveva eretto il suo elegante palazzo su una spiaggia di Romantìa. Si diceva che fosse molto bella e che non avesse uno sposo. I giovanotti del luogo si misero, allora, a gironzolare intorno a quel palazzo, nella speranza di poterla vedere e avvicinare.
Ogni volta che Dolcetta si affacciava alla finestra, i suoi pretendenti nel vederla restavano senza fiato.
I servitori, nel frattempo, non esitavano a tirare sassate a chiunque si avvicinasse troppo al palazzo. Così, colpirono e ferirono il figlio di un pescatore, il nipote di un commerciante, il figlioccio del Grande Scudiere, il cugino del Giullare, il cognato del Capo Cuoco, il cocchiere del Generale e persino lo stesso Generale.
Intanto, il Re Fiorentino decise di inviare un suo consigliere al palazzo di Dolcetta, per verificare se la dama fosse bella come si diceva e per invitarla, quindi, alla sua corte. Il giovane Re era ormai in età da matrimonio e, infatti, per trovare la sua sposa aveva deciso di dare un grande ballo, la domenica successiva.
I servitori di Dolcetta, però, presero a sassate anche il consigliere reale.
«Fermi!» gridò l’uomo. «Vengo da parte del Re: Sua Maestà vuole invitare a corte la vostra signora. Domenica ci sarà una grande festa da ballo, durante la quale il Re sceglierà la sua sposa. Informate la vostra signora e chiedetele di scendere affinché io possa vederla».

I camerieri continuarono a tirargli pietre, ma questa volta le erano pietre preziose: diamanti, rubini, smeraldi e zaffiri.
«Puoi andartene, la nostra signora è informata di tutto!»
«Allora, verrà? Se è bella come dicono, forse il Re sceglierà proprio lei come sposa.»
«No, non verrà. La nostra signora non può sposare un re, non può sposare nessuno, perché è poverissima.»
«Povera?! Ma se ha tutte queste pietre preziose!»
«Sì, è povera, perché non ha più l’amore, né la gioia, né il coraggio: glieli hanno rubati.»
«Chi è stato a derubarla? Ditelo a me, così il Re giudicherà e punirà il furfante».
In quel momento, Dolcetta si affacciò da una finestra.
«Di’ al tuo Re che verrò e non per il ballo, ma per giudicare il ladro!» gridò. Il consigliere nel vedere cotanta bellezza rimase a bocca aperta e quando tornò al castello, quasi non riuscì a trovare le parole adatte per descrivere la bella dama a Fiorentino.
«Mio venerabile signore, il suo volto è rosa come un’alba sul mare, i suoi capelli sono scuri come la notte del bosco, i suoi occhi luminosi sono colmi di fiabe, il suo corpo è un impasto di zucchero e vento…».
Un vago ricordo balenò nella mente di Fiorentino, ma svanì rapidamente.
La domenica seguente, Dolcetta decise di andare al castello del Re. Al suo ingresso nella grande sala da ballo, la bellezza delle altre cento pretendenti, accorse lì sin dal mattino, d’improvviso impallidì, così come impallidiscono le stelle al comparire del sole.
Dolcetta procedette lungo la sala, a testa alta e, superato il trono su cui Fiorentino era seduto, si fermò davanti alla regina madre. Le fece un inchino e inginocchiandosi disse: «Mia Regina e madre del Re, sono Dolcetta, principessa di Efurìa, figlia di Aikemàl e di Marabù. Sono qui, innanzi a te, perché tuo figlio Fiorentino mi ha offesa».
La regina scossa da quelle parole domandò: «Cosa ti ha fatto mio figlio? Dimmi.»
«Per amor suo, ho perso l’onore e il rispetto, i miei genitori e la mia patria».
Fiorentino la guardava con stupore, ma continuava a non riconoscerla.
Dolcetta si voltò verso di lui e, sussurrando con la voce spezzata dal dolore, intonò una canzone:

Ricordi o non ricordi mio leone
Che a Efurìa eri chiuso in prigione?

Io tua schiava, ti son venuta a liberare
perché al mio amore ti ho voluto incatenare

Insieme siamo scappati e l’esercito ci ha inseguiti,
ma gli ostacoli del mondo non ci potevano fermare

Ogni notte per mesi siamo fuggiti,
ma di giorno nel tuo abbraccio mi son lasciata addormentare…

Ti ho nutrito con uva magica e un impasto stregato
Miele e baci vermigli sulle tue dolci labbra ho stillato

Ricordi o non ricordi mio leone
Abbracciati, nelle grotte, trascorrevamo le ore?

«Non ricordo nulla, io non ti conosco, bellissima fanciulla», affermò Fiorentino commosso. «Quando ti guardo, però, non so perché, il mio cuore palpita come non mai. Vuoi essere mia sposa?»
Dolcetta scosse la testa con fierezza.
«No, non posso diventare la tua sposa. Non posso perché sono già tua sposa».
La regina, sconcertata, balzò in piedi: «E quando vi sareste sposati? Mio figlio non mi ha mai detto niente! Quando è successo? Dove?», chiese a Dolcetta che, guardando Fiorentino con ardore, riprese a cantare:

Ricordi o non ricordi mio leone?
Del bacio di tua madre, dillo senza timore!

Tu sei il mio sposo e io la tua sposa,
Devi fidarti e ascoltare il tuo cuore.

Sotto il mirto, la luna e le stelle
Abbiamo protetto il nostro amore

Dèi e dee, ne son tutti testimoni
E se il nostro matrimonio è una bugia,
le montagne diverranno burroni.

«Figlia mia, hai qualche prova di ciò che dici? Hai un anello? Un medaglione?», domandò la regina alla fine del canto.
«No, mia Regina, niente di tutto ciò», rispose Dolcetta. «Sulle mie dita e sul mio collo, ho le sue carezze d’oro e i suoi baci preziosi, cose che l’occhio umano non può scorgere.»
«Il mio cuore ti crede, figlia mia», affermò commossa la madre di Fiorentino.
«Che gioia, ora anch’io posso chiamarti “mamma”! Prima, però, mia regina, dovrai dare anche a me quel bacio che desti a tuo figlio, facendogli dimenticare del nostro amore. Solo così, Fiorentino riacquisterà la memoria e potrà raccontarti lui stesso la verità».
Infatti, appena Fiorentino vide sua madre chinarsi per baciare Dolcetta, sentì l’incantesimo svanire e ricordò subito tutto quanto. Si avvicinò con passione alla sua amata e la strinse a sé con tale ardore da farla cadere a terra e con un’energia tale da toglierle il fiato.


Tutti: la regina, il giullare, lo stalliere, il generale, i consiglieri, i cortigiani, i servitori e finanche le sfortunate pretendenti accorsero in aiuto della principessa.
Dolcetta presto si riprese e si rialzò. Ora, però, era tutta spettinata e il suo vestito azzurro ricamato d’argento era sporco e sgualcito. Ricordò, allora, di avere in serbo ancora un ultimo oggetto stregato donatole dal padrino: il piccolo specchio.
Si specchiò e all’improvviso apparve ben pettinata e con la testa cinta da fiori d’arancio. Indosso aveva un abito nuovo, candido e ornato da polvere di stelle e di lillà, leggero e delicato come la tela di un ragno.
Ora tutto era pronto. Trombe dorate iniziarono a squillare e i festeggiamenti per l’unione tra Fiorentinoe Dolcetta ebbero inizio.

Trascorsero i giorni, le notti e gli anni ...
I festeggiamenti proseguono ancora oggi e andranno avanti per sempre, lì, lontano, nel luogo e nel tempo delle favole.



N.d.T. «Fiorentino e Dolcetta» è una favola tradizionale cretese, risalente al periodo della dominazione veneta nell’isola. La scrittrice Pavlina Pampoudi reinterpreta questa antica favola, riscrivendola in chiave moderna.

Le illustrazioni sono opere su tela di Pavlina Pampoudi.


[1] Una sorta di rosario usato come scacciapensieri.
[2] Dolce tipico dalla consistenza gelatinosa.


***

Dolcetta e Fiorentino fa parte dell'antologia di autori varUn allegro bottino di fiabe e filastrocche del nostro tempo pubblicata da I Dragomannii testi sono tradotti dal catalano, dal francese, dal greco, dall’inglese e dall’ungherese da Valentina Rapetti, Andrea Rényi, Tiziana Camerani, Paola De Vergori e Viviana Sebastio. 

Un allegro bottino di fiabe e filastrocche del nostro tempo è disponibile in ebook gratuito su StreetLibAmazon e in tutte le altre principali librerie online.




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