Και μάλλον Έλληνες καλείσθαι...

"Και μάλλον Έλληνες καλείσθαι τους της παιδεύσεως της ημετέρας ή τους της κοινής φύσεως μετέχοντας" ΙΣΟΚΡΑΤΗΣ

(“Siano chiamati Elleni gli uomini che partecipano della nostra tradizione culturale più di quelli che condividono l'origine comune” ISOCRATE)

5 aprile 2012

Poesia della notte III

Cartoline da Agios Stratos
(Ag. Stratos, 1956)
di Manolis Fortounis, traduzione di Viviana Sebastio

1.
Dalle sbarre di queste finestre che mi tengono lontano
da occhi, mani e voci
vedo.
Due scarponi marciano nell’acqua 
e poi solitaria
sui muri, sulle strade, sulle mie palme aperte
la pioggia
Solo la pioggia.

2.
I giorni passeggeri arrivano in strada 
sono una folla
un giorno, un altro e un altro ancora…
tutti uguali vestiti.
È una moltitudine silenziosa
fatta di momenti senza personalità
che premurosa sorveglia lo scampanio.


Vi invito a conoscere la straordinaria vita di questo poeta attraverso la bella e toccante intervista di Diego Zandel, che mette in luce come la Storia sia fatta di storie di coraggiosi uomini poco comuni. 
Buona lettura!

INCONTRO CON MANOLIS FORTOUNIS, POETA GRECO

Diadromès ovvero Percorsi. S’intitola così l’ultimo libro di versi dell’ottantaquattrenne
poeta greco Manolis Fortounis, edito in patria da Gavrilidis. Raccoglie poesie scritte in diversi momenti della sua straordinaria vita, quindici anni della quale trascorsi nelle carceri e nei campi di sperdute isole dell’Egeo, in cui venivano internati in Grecia i prigionieri politici che durante la guerra civile (1946-50) avevano combattuto nelle file dell’Elas, l’esercito popolare di liberazione nazionale guidato da Markos: la sua sconfitta aveva portato alla messa al bando del KKE, il Partito Comunista Greco, a cui Manolis Fortounis aveva aderito.  



Nato a Kos nell’ottobre del 1926, quando l’isola, in seguito al trattato di Losanna del 1922, si trovava come tutto il Dodecaneso, sotto amministrazione italiana, parla perfettamente la nostra lingua per averla appresa a scuola. «I fascisti, a partire dal 1936, l’avevano imposta, mentre il greco diventava facoltativo» ricorda. L’italiano però gli è servito più tardi, una volta tornato definitivamente libero, dopo i nuovi quattro anni di internamento seguiti al colpo di stato dei colonnelli nel 1967 e la caduta di questi. D’allora, oltre che scrivere per il quotidiano Elefterotipia, ha collaborato con l’Ansa e la Rai, ad Atene, grazie all’interessamento del corrispondente d’allora, Stefano Terra. Per il resto ha tradotto anche alcuni libri di autori italiani, tra cui Il deserto dei Tartari di Buzzati.  Manolis Fortounis da anni ormai vive ad Atene, ma l’estate torna al suo villaggio natio di Kefalos, nell’isola di Kos, appunto, dove sono andato a trovarlo, con il suo ultimo libro fresco di stampa.

Lo sfoglio davanti a lui e vedo che la prima delle otto sezioni che compongono il libro s’intitola Cartoline da Agios Stratos.
«Agios Stratos è un’isoletta al nord dell’Egeo. Ci arrivai per la prima volta nel luglio del 1946 quando fui arrestato con altri comunisti. Io diventai comunista grazie a un soldato tedesco. Si chiamava Rudi. Arrivò a Kos nel 1944 e faceva parte di quel gruppo di soldati che, per le continue perdite tedesche, il Reich aveva prelevato dalle carceri di Hitler. C’erano criminali comuni e prigionieri politici. Questi ultimi venivano convinti a indossare l’odiata divisa con minacce di morte nei confronti dei famigliari più cari. Insieme a Rudi, a Kefalos c’erano altri due comunisti, nessuno di loro era armato. Un giorno lo vedo arrivare nel negozio che aveva mio padre e, vedendomi solo, io avevo 17 anni, esordì dicendomi ‘Ich kommunist’. Era la prima volta nella mia vita che sentivo quella parola. Mi avvertì: nasconditi, i tedeschi cercano operai di età superiore ai 16 anni e asini. Insomma, aveva cominciato a dare le dritte per atti di sabotaggio. Spartachista, seguace di Rosa Luxemburg, in Germania s’era fatto anni di galera per le sue idee, lui ne aveva già quarantacinque, forse cinquanta.  D’allora, con noi, oltre a insegnarci a lavorare nella clandestinità, cominciò a parlare di proletariato e lotta di classe. E’ stata un’esperienza formativa straordinaria per me. Purtroppo Rudi rimase ucciso durante un attacco di un commando dell’esercito greco che non poteva sapere chi c’era dietro quella divisa di soldato tedesco, che gli era stata imposta. Sicuramente non sarebbe voluto morire con quella addosso».  
La seconda parte del libro s’intitola Makronisos, il nome di un’altra isola maledetta. C’è una data, quella del 26 marzo 1949. La sezione si condensa tutta in un poemetto di otto pagine. Quell’isola sassosa, assolata d’estate, ghiaccia d’inverno, rappresenta gli anni e l’esperienza più dura. Parliamo di torture, delle quali Manolis porta ancora i segni: le nocche delle mani spezzate. «I carcerieri ci torturavano per spingerci all’abiura del comunismo. Erano pressioni enormi. Bastava poi che uno di noi cedesse e gli altoparlanti del campo, per demoralizzarci, indebolire la nostra volontà, ne davano notizia, che poi veniva data anche a fini propagandistici. Io ce l’ho fatta a resistere». A Makronissos, Manolis, uscito nel 1958 per diventare un “internato in libertà” sempre soggetto all’arbitrio della polizia, ci sarebbe tornato nel 1967, in seguito al colpo di stato dei colonnelli. «Per un contrattempo non riuscii a fuggire in Italia come il mio amico, il grande poeta Titos Patrikios (al quale Manolis in Diadromes ha dedicato una poesia N.d.R.). Da parte del regime dei colonnelli non ci fu nessun tentativo per farci abiurare. Sparita, con loro, ogni parvenza di democrazia formale che esisteva prima del colpo di stato con l’esistenza di tre partiti, a soffrire il carcere non eravamo più solo noi comunisti, considerati ovviamente irriducibili. Noi, d’altra parte, eravamo abituati da anni di persecuzione e questo in un paese considerato democratico e dell’occidente, della Nato. Per sopravvivere, anche psicologicamente, c’eravamo dati delle regole: “Mangia ciò che ti danno, cura la tua cella, studia”». E, poi, sorridendo, ne aggiunge una quarta: «E lascia state il bimbilino». 
Diadromes è la quarta silloge di Fortounis dopo Iscrizioni e Maschera del 1950, Biografie del 1972 e La ferita e il sale del 1985, titoli tutti che confermano il suo accostamento ai maggiori poeti greci contemporanei, un’opera, come ha scritto il critico D. N. Maronitis sull’autorevole quotidiano ateniese To Vima, che: «in capitoli fondamentali di stile e maniera, appare oggi prodromica della prima generazione del dopoguerra con le sue insistenti scelte e i suoi dolorosi coinvolgimenti nel dilemma della morale politica e poetica».  
L’ultima tappa del calvario di Manolis fu l’isola Leros, internato del campo di Partenis, riservato agli artisti e intellettuali, mentre ce n’era un altro riservato ai quadri del partito. Con la caduta dei colonnelli e il ritorno del vecchio Karamanlis per la prima volta dalla fine della guerra civile il Partito Comunista Greco venne reso legale come gli altri partiti e Manolis potè a tutti gli effetti riprendere la sua libertà e i diritti civili. 
Gli chiedo se dopo tante sofferenze non si sente deluso da come va il mondo, in cui la sinistra sembra non solo non avere più idee ma risulta sconfitta un po’ dovunque. Che senso hanno avuto alla fine i suoi “percorsi” esistenziali e politici? Manolis scuote la testa. «La sinistra è finita perché non ha saputo adeguarsi ai tempi. Allora, durante la guerra, era giusto essere partigiani.  Oggi deve ripensare se stessa alla luce del nuovo millennio. Il comunismo in Unione Sovietica è fallito e non è certo comunismo quello che c’è in Cina, a Cuba o, peggio, in Corea del nord. Oggi dobbiamo ammettere che il capitalismo crea ricchezza. Il problema è che uso si fa di questa ricchezza, dove va a finire, come tradurla in un bene per l’umanità e non solo in un privilegio per pochi. A questo, se vuole avere un futuro, deve dare una risposta la sinistra oggi, oltre, naturalmente, a difendere la democrazia e le istituzioni democratiche. Ecco, oggi, relativamente al comunismo, posso dire una cosa: esso ci ha dato una personalità. Ci ha trasformato in cittadini democratici. Credo che, così, sia ancora possibile cambiare il mondo».
 Diego Zandel           

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